Giorgia Gnesato

Ansia sociale: la paura di parlare in pubblico

Che cosa si intende con ansia sociale?

L’ansia sociale è una problematica ansiosa caratterizzata da una persistente paura di affrontare le situazioni in cui si è esposti alla presenza e al giudizio altrui per il timore di apparire non in grado e/o ridicolo e di agire in modo inopportuno.

Essa si presenta come una forte paura di essere giudicati negativamente durante situazioni sociali o durante lo svolgimento di attività.
Le prime descrizioni dell’ansia sociale risalgono ai primi del 900 quando Janet (1903) la definì come “la paura di parlare in pubblico” per il timore di essere valutati negativamente.
Quali sono le caratteristiche distintive di chi soffre di ansia sociale?
Come già affermato, il nucleo cardine dell’ansia sociale è rappresentato da una marcata sensibilità verso il giudizio altrui; emerge frequentemente, infatti, il timore di essere osservato, ridicolizzato e/o che le proprie azioni possano essere esposte a valutazioni negative.
A livello cognitivo ”l’ansioso sociale” tende ad essere molto critico verso se stesso, percependosi debole, incompetente mentre l’altro è visto come più capace e competente.
 
A livello emotivo, invece, ciò che caratterizza la paura di parlare e dello stare semplicemente in pubblico, è un senso generale di agitazione e preoccupazione che aumenta con l’avvicinarsi della situazione temuta.
 
A livello comportamentale, infine, la tendenza è quella di sottrarsi alle situazioni ansiogene, evitandone pertanto l’esposizione.

Quali possono essere le conseguenze dell’ansia sociale?

Le persone che soffrono di ansia sociale possono sperimentare un forte disagio nelle relazioni personali e in ambito lavorativo; può inoltre compromettere la carriera scolastica e/o lavorativa con un conseguente danno per la propria immagine e autostima. 
 
Il timore esagerato del giudizio altrui, infatti, impedisce l’esposizione alle situazioni sociali; più i comportamenti di evitamento aumentano, più il disturbo diventa invalidante: ciò determinerebbe lo sviluppo di sentimenti di inadeguatezza e una tendenza a percepire sé stesso come incapace, considerando gli altri sempre più critici nei propri confronti.
 
Nelle forme più gravi, inoltre, l’ansia sociale può provocare attacchi di panico ed essere associata a periodi di depressione.
Quanto è diffusa questa problematica?
Si stima che tra i 3 e il 13% della popolazione soffra di ansia sociale
Spesso, purtroppo, questo disturbo viene confuso con la timidezza o l’eccessiva riservatezza, ma sono proprio l’inibizione sociale, l’insicurezza marcata di non essere all’altezza e il disagio nelle relazioni interpersonali a invalidare significativamente la vita privata e professionale di chi ne soffre.
Come si interviene nei casi di ansia sociale?
Attualmente, la Terapia cognitivo-comportamentale (TCC), risulta essere tra i modelli terapeutici più efficaci nella cura dell’ansia sociale. Tra le tecniche principali alle quali la TCC fa riferimento si annoverano:
  • Psicoeducazione: la conoscenza del disturbo risulta essere un fattore molto importante per il cambiamento. È necessario infatti condividere con il paziente gli aspetti principali che caratterizzano l’ansia sociale, individuando gli elementi emotivi e cognitivo-comportamentali che la determinano e la mantengono.
  • Ristrutturazione cognitiva: essa è tra gli strumenti operativi principali del trattamento cognitivo-comportamentale e consiste in un insieme di processi terapeutici finalizzati a modificare e rimodulare gli schemi di pensiero disfunzionali e maladattivi del paziente. Tra gli obiettivi principali c’è quello di identificare i pensieri “non utili” come ad es: “Tremerò -> se tremerò rideranno di me -> mi considereranno un fallimento totale -> non posso tollerare una cosa simile”, aiutando il paziente a prenderne consapevolezza, mettendone in discussione gli elementi più irrazionali e supportandolo nel riconoscere una modalità più adeguata di valutazione dell’evento.
  • Registrazione dei pensieri disfunzionali (Beck, 1995): esso è un importante strumento per valutare e rispondere efficacemente ai pensieri automatici negativi. L’obiettivo principale di questa tecnica è quello di apprendere come assumere punti di vista diversi e più adattivi comporta un cambiamento nelle credenze e un conseguente miglioramento dell’umore.
  • Desensibilizzazione sistematica (DS), (Wolpe, 1958): è il fulcro della terapia comportamentale per ridurre l’impatto emotivo degli stimoli fobici. La DS consiste nell’associare la rappresentazione di una situazione ansiogena con uno stato di rilassamento muscolare, in modo da inibire la reazione emotiva sgradevole e acquisire una risposta più funzionale.
  • Esposizione graduale: essa permetterebbe di motivare il paziente a lavorare per ridurre e progressivamente eliminare gli evitamenti e i comportamenti protettivi. Qualora l’ansia sia troppo elevata, l’esecuzione del compito di esposizione può avvenire dapprima in immaginazione e solo successivamente in vivo, guidati dal terapeuta e in un secondo momento svolti in autonomia, ma soprattutto rispettando la gerarchia di difficoltà, ossia si parte da situazioni moderatamente ansiogene per affrontare via via situazioni più temibili.
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