Giorgia Gnesato

Disturbo d'ansia generalizzato

Che cos’è l’ansia?

L’ansia è un’emozione caratterizzata da sensazioni di tensione, minaccia, preoccupazioni e modificazioni fisiche.
La parola “ansia”, dal latino angere, ossia stringere, comunica molto bene la sensazione di disagio vissuta da chi soffre di uno dei disturbi legati al suo spettro, ovvero l’idea di costrizione e di incertezza sul futuro.

L’American Psichiatric Association (1994) la descrive come: “L’anticipazione apprensiva di un pericolo di un evento futuro, accompagnata da sintomi fisici di tensione”.
Gli antichi greci la definivano melanconia e pensavano derivasse da un eccesso di bile nera presente nell’organismo. Tale idea era sostenuta da Ippocrate e accettata da Aristotele e veniva originariamente trattata con metodi naturali. 
 
Dal Medioevo in poi l’ansia fu concepita come malattia mentale e dello spirito, ma fu soltanto a partire dal periodo illuminista che iniziò a svilupparsi la ricerca medico-biologica dell’ansia. Infine, dall’800 in poi l’ansia sarà progressivamente concepita come una malattia mentale da curare con i farmaci e tramite psicoterapia, da intendersi etimologicamente come “terapia dell’anima”. 
Come distinguere un’ansia “buona” da un’ansia inappropriata
L’ansia, generalmente è qualcosa di buono, che contribuisce alla sopravvivenza e alla sicurezza ed è utile per preservare la specie umana.
L’ansia appropriata, infatti, che possiamo chiamare preoccupazione, vigilanza, prudenza, ci aiuta ad ottenere ciò che desideriamo (es: un buon lavoro, la salute) e ad evitare ciò che non vogliamo (es: situazioni pericolose, imbarazzanti). L’ansia appropriata preserva la vita.
 
L’ansia tuttavia, può diventare disfunzionale, distruttiva e contraria ai nostri interessi. Essa può assumere la forma di panico, terrore, fobie, soffocamento e annebbiamento mentale che avvisano, certo, di possibili pericoli, ma molto spesso interferisce con una loro adeguata gestione.
 
L’ansia esagerata, in altre parole, deriva in gran parte da pensieri errati ed esagerati e questa forma di pensiero è comune fra gli esseri umani. Quando il panico prende il posto della preoccupazione, l’agitazione cresce in maniera esponenziale, arrivando ad interferire con le proprie azioni e, come accade di frequente, andando ad avverare quel “disastro” che ci si era prefigurati.

Cosa succede quando si prova ansia?
I sintomi correlati

Sintomi respiratori:
  • Respiro corto, affannoso
  • Oppressione al petto
  • Nodo alla gola
  • Senso di soffocamento
Reazioni cutanee:
  • Sudorazione
  • Prurito
  • Vampate di caldo o freddo
  • Rossore facciale
Reazioni cardio-circolatorie
  • Frequenza cardiaca elevata
  • Palpitazioni
  • Aumento o calo della pressione
Sintomi intestinali e muscolari:
  • Inappetenza, nausea, fastidi o dolori addominali
  • Brividi e tremori
  • Rigidità ed insonnia
Rispetto alle preoccupazioni normali, quelle che caratterizzano un disturbo d’ansia risultano quindi essere pervasive, poco controllabili e notevolmente  interferenti con il funzionamento normale della persona.
 
Inoltre è da tenere presente che tale disturbo ha sintomi ansiosi (es: tensione muscolare, irrequietezza, irritabilità) che vanno distinti da altri disturbi che hanno la stessa tipologia di sintomi. Per esempio, alcuni di essi potrebbero essere la manifestazione di una condizione medica generale (es: ipertiroidismo), o essere dovuti all’uso di alcune sostanze psico-attive (es: caffeina, farmaci sedativi, ipnotici o ansiolitici). Inoltre va indagato se l’ansia è generalizzata oppure focalizzata su uno specifico nucleo tematico, come la paura di parlare in pubblico, la preoccupazione eccessiva di avere una grave malattia, in modo da orientare il terapeuta nella diagnosi differenziale e attuare uno specifico piano di intervento clinico.
I pensieri e i comportamenti più tipici di una persona ansiosa
Alcuni studi hanno evidenziato che chi è affetto da un disturbo d’ansia può trascorrere molto tempo a preoccuparsi di eventi che non si verificheranno.
Molte preoccupazioni riguardano eventi e situazioni di tutti i giorni, ad esempio la persona passa molto tempo a preoccuparsi di possibili disgrazie, fallimenti o giudizi negativi; possono riguardare i familiari, le relazioni sociali, il lavoro o lo studio, le malattie, i soldi e le finanze in generale. Le tematiche più comuni tra le persone affette dal disturbo risultano essere:
  • Problemi che possono presentarsi nel futuro, perfezionismo e paura di insuccesso, paura di essere giudicato negativamente dagli altri. Altri aspetti importanti  e tipici di tale disturbo consistono da un lato, nel fatto che spesso le persone che ne soffrono sono preoccupate per il fatto di avere delle preoccupazioni, che si esplicitano in pensieri del tipo “…. Non riuscirò a controllare questa preoccupazione; … non smetterò mai di preoccuparmi; ….
    Starò male o impazzirò se continuerò a preoccuparmi così”. 

    Le preoccupazioni o l’ansia sulle proprie preoccupazioni danno quindi luogo ad un circolo vizioso che continua ad aggravare i sintomi e le difficoltà di vita quotidiane.
  • Credenza che le preoccupazioni possano avere in qualche modo una funzione “protettrice” rispetto a ciò che temono, cioè tendono a credere che preoccuparsi serva a prevenire ciò che si teme, per esempio con frasi del tipo “… se mi preoccupo per il peggio, sarò più preparato ad affrontarlo…”, “… se smettessi di preoccuparmi e succedesse qualcosa di brutto, mi sentirei responsabile …”, “… se continuerò a preoccuparmi, prima o poi saprò cosa è meglio fare…”, “… le preoccupazioni mi aiutano a tenere sotto controllo la mia ansia..”. 

    Tali convinzioni raramente vengono confermate e messe alla prova, per cui la persona continua a preoccuparsi. Si attivano catene di pensieri negativi dette rimuginazioni, che mantengono e incrementano lo stato iniziale.
Nella maggior parte dei casi, la persona affetta dal disturbo tenterà quanto possibile di proteggersi dall’ansia e dalle preoccupazioni, mettendo in atto comportamenti quali:
  • Cercare di rassicurarsi o chiedere agli altri di essere rassicurato che le cose andranno bene (es. telefonare spesso ad una persona cara per essere sicuri che non le sia successo niente, o andare dal medico per essere rassicurati dopo aver notato un sintomo o una sensazione fisica
  • Essere perfezionisti, ad esempio continuare a controllare il lavoro fatto per assicurarsi che non abbia difetti; ciò vuol dire che se abbiamo obiettivi troppo elevati, si vive nell’ansia di non farcela e quando non li si raggiunge ci si demoralizza;
  • Evitare le situazioni che si ritiene generino ansia, per esempio evitare di ascoltare o vedere il telegiornale per non sapere di disgrazi o malattie, in quanto ciò potrebbe poi scatenare le preoccupazioni relative a disgrazie e malattie personali;
  • Rinviare, per esempio rimandare di iniziare un compito a causa dell’ansia legata al timore di un risultato temuto o comunque insoddisfacente;
  • Tentare attivamente di sopprimere la preoccupazione, paradossalmente, tentare di sopprimere le preoccupazioni le peggiora, proprio perché la persona concentra la propria attenzione su di esse.
Tipicamente il Disturbo d’Ansia Generalizzato ha un andamento cronico, per cui le persone che ne soffrono tendono a considerare lo stato ansioso che solitamente sperimentano come una caratteristica della loro personalità, piuttosto che un disturbo vero e proprio. In alcuni casi, tuttavia, il disturbo si presenta in maniera discontinua nel corso della vita, in particolare nei periodi di forte stress.
 
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità soffre di disturbo d’ansia generalizzato il 5% della popolazione mondiale, soprattutto donne. Solo un terzo di chi ne soffre, tuttavia, si rivolge ad uno specialista della salute mentale, in quanto i sintomi fisici dell’ansia spesso portano i pazienti a rivolgersi ad altre figure professionali (es. medico di base, internista, cardiologo, pneumologo, gastroenterologo).
Come intervenire con un disturbo d’ansia?
Tra le terapie di maggiore interesse clinico, la terapia cognitivo-comportamentale per l’ansia si è dimostrata ampiamente valida, tanto da essere introdotta nelle linee guida internazionali che indicano i percorsi di cura più adeguati per le diverse patologie.
 
La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) fin dalla sua nascita risulta strettamente correlata alla ricerca in ambito psicologico. Questo atteggiamento ha costituito un punto di forza che ha permesso un notevole sviluppo della scienza psico-clinica, determinando la pubblicazione di numerosi lavori su diversi disturbi.
 
La Terapia Cognitivo Comportamentale per l’ansia mira a eliminare i timori esagerati e i comportamenti di controllo ed evitamento che mantengono i Disturbi d’Ansia, nel tentativo di riacquisire un senso di sicurezza e di confidenza nelle attività della vita quotidiana. Per raggiungere tale obiettivo essa si serve di:
  • Interventi psicoeducativi – al paziente vengono fornite nuove modalità di lettura di pensieri e stati d’animo.
  • Tecniche di esposizione – si stabiliscono con il paziente graduali step per affrontare l’evento o la situazione temuti, in modo da confrontarsi con le paure temute in diversi contesti, solitamente da quello meno fastidioso al più spaventoso.
  • Eliminazione dei comportamenti di controllo (evitare di andare in certi luoghi, di trovarsi in determinate situazioni,…). Spesso sono proprio i costi che le strategie di controllo implicano a convincere la persona del bisogno di aiuto.
  • Ristrutturazione cognitiva – si identificano e discutono i pensieri che mantengono la sintomatologia ansiosa, ad esempio le convinzioni di pericolo o la tendenza a catastrofizzare un evento spiacevole.
A tal proposito, in uno studio recente (2016), gli autori Caselli, Manfredi, Ruggiero e Sassaroli, 2016) scrivono che il processo di cambiamento avviene attraverso quattro fasi:
  • Indagine delle paure principali e dei comportamenti di controllo/evitamento messi in atto
  • Tecniche di esposizione – si stabiliscono con il paziente graduali step per affrontare l’evento o la situazione temuti, in modo da confrontarsi con le paure temute in diversi contesti, solitamente da quello meno fastidioso al più spaventoso.
  • Eliminazione dei comportamenti di controllo (evitare di andare in certi luoghi, di trovarsi in determinate situazioni,…). Spesso sono proprio i costi che le strategie di controllo implicano a convincere la persona del bisogno di aiuto.
  • Ristrutturazione cognitiva – si identificano e discutono i pensieri che mantengono la sintomatologia ansiosa, ad esempio le convinzioni di pericolo o la tendenza a catastrofizzare un evento spiacevole.
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Disturbo da panico

Che cos’è il disturbo da panico?
Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia ed è caratterizzato da attacchi di panico frequenti e inaspettati.
Che cos’è un attacco da panico?

L’attacco da panico consiste in un brusco aumento dell’intensità della paura/ansia, la quale raggiunge un picco molto alto in un breve lasso di tempo, durante il quale si possono manifestare alcuni dei seguenti sintomi:

Sintomi cardio-respiratori
  • Palpitazioni
  • Tachicardia
  • Tremori-agitazione
  • Sensazione di mancanza d’aria o di soffocamento
  • Dolore e/o fastidio al petto
Sintomi psico-sensoriali
  • Sudorazione accentuata
  • Brividi o vampate di calore
  • Paura di perdere il controllo e/o di morire
  • Sensazioni di intorpidimento e di formicolio
Sintomi gastrointestinali
  • Nausea e/o disturbi addominali
Sintomi vestibolari
  • Sensazione di sbandamento, instabilità e testa “leggera”
L’attacco di panico si configura quindi come la forma più acuta e intensa dell’ansia e ha le caratteristiche di una vera e propria crisi che dura circa 10 minuti.

Come differenziare un attacco da panico da altre patologie?

  • Il disturbo da panico non dovrebbe essere diagnosticato se non si sono mai verificati attacchi da panico completi e inaspettati. In tal caso dovrebbe essere considerata la diagnosi da disturbo d’ansia.
  • Condizioni mediche generali: tra le condizioni mediche che possono causare attacchi da panico ritroviamo infatti ipertiroidismo, disfunzioni vestibolari, condizioni cardio-polmonari (aritmie, asma). In tali casi è opportuno ricorrere ad esami di laboratorio appropriati che permettano un chiaro inquadramento del problema.
  • Uso di sostante/farmaci: l’intossicazione da stimolanti del sistema nervoso centrale (es cocaina, anfetamine, caffeina), l’uso di cannabis e l’astinenza da depressogeni del sistema nervoso centrale (alcool, barbiturici) possono concorrere ad un attacco da panico.
    Appare pertanto evidente, una diagnosi differenziale accurata, che permetta un adeguato approfondimento e inquadramento del caso, al fine di orientare in maniera funzionale un corretto percorso terapeutico.
Quali sono le cause di un attacco da panico?

L’età in cui tale disturbo si manifesta per la prima volta varia notevolmente da soggetto a soggetto, ma tipicamente si colloca tra la tarda adolescenza e i 35 anni.

Per quanto, ad oggi, non sia possibile risalire ad un’unica causa del disturbo, sono stati individuati alcuni fattori di rischio che concorrerebbero all’insorgenza del disturbo da panico:
  • Situazioni psicologiche stressanti: stress lavorativo, problemi finanziari, cambi di ruolo, conflitti interpersonali, malattie familiari, lutti ed esperienze traumatiche.
  • Predisposizione psicologica: alcuni studi dimostrano che in alcune persone si manifesta un’attitudine psicologica ad interpretare come pericolosi per la propria integrità fisica e/o mentale alcuni segnali che provengono dal nostro corpo (come ad esempio l’accelerazione del battito cardiaco, vertigini, nausea). In alcune persone ci sarebbe una certa sensibilità agli stimoli ansiogeni che si manifesterebbe con uno stile di pensiero tendenzialmente catastrofico.
La paura della paura: il circolo vizioso del panico di Clark (1986)
In riferimento alla predisposizione psicologica a percepire gli stimoli ansiogeni con una modalità catastrofica, l’attacco di panico sarebbe il risultato di una “terribilizzazione” di eventi fisici e mentali che verrebbero erroneamente considerati come segnali di un imminente disastro.
La persona sembra infatti interpretare i segnali della paura (tachicardia, sudorazione, vertigini, mancanza d’aria..) come una gravissima minaccia interna alla propria salute fisica e mentale, entrando pertanto in un circolo vizioso definito da Clark, nel 1986, “paura della paura”.
Il modello cognitivo del panico: Il circolo vizioso di Clark (1986):
  1. STIMOLO SCATENANTE. Es: Sensazione di vertigine
  2. PERCEZIONE DI UNA MINACCIA: Es: svenirò
  3. RISPOSTA EMOTIVA E SOMATICA: ansia e attivazione di risposte somatiche (sudorazione, palpitazioni,..)
  4. INTERPRETAZIONE CATASTROFICA DELLE SENSAZIONI: Es: perderò il controllo, svenirò davanti a tutti.
  5. INCREMENTO DELL’ANSIA CHE SFOCIA IN PANICO

Quali sono le conseguenze di un disturbo da panico?

Il disturbo da Panico risulta particolarmente invalidante in quanto ha ripercussioni sulla qualità di vita generale e in alcune aree importanti della nostra vita, come quella lavorativa, familiare e sociale.
 
Spesso la compromissione della qualità di vita coincide nel breve termine con la riduzione della propria autonomia, e nel lungo termine, con la compromissione della qualità di vita anche dei propri familiari; può venir meno il senso di efficacia personale e la stima di sè.

 

 
Il calo di autostima può inoltre suscitare sentimenti di tristezza e frustrazione o anche una vera e propria depressione secondaria.

 

Spesso accade che la persona metta in atto dei comportamenti di sicurezza, ovvero quei comportamenti che la persona agisce in una situazione ansiogena, che permetterebbero una riduzione dell’ansia. Essi funzionerebbero come un amuleto ed includerebbero azioni come evitare di andare in giro senza farmaci, stare vicino all’uscita di un autobus o di un treno, evitare luoghi affollati, etc…

 

 
Salkovskis e colleghi (1991) ritengono che i comportamenti di sicurezza agiti nelle situazioni ansiogene giochino un ruolo importante nel mantenere l’ansia, in quanto impedirebbero alle persone d confrontarsi direttamente con la disconferma delle loro idee irrazionali e catastrofiche. Impegnarsi in comportamenti di sicurezza, infatti, mette al riparo le persone dalle loro minacce percepite, compromettendo però la possibilità di scoprire quanto siano in realtà improbabili le catastrofi immaginate.
Come intervenire in un disturbo da panico?
Le linee guida internazionali (NICE National Institute for Health and Clinical Excelence, 2011), indicano la psicoterapia cognitivo-comportamentale, insieme al training di rilassamento, come i trattamenti più efficaci per la cura degli attacchi da panico.

 

 
Secondo il modello cognitivo, non è la situazione in sé a spaventare, ma il modo in cui la persona la interpreta. Non sarebbero pertanto gli eventi a provocare ciò che sentiamo, bensì il modo in cui li vediamo e gestiamo, attraverso i nostri pensieri (Beck, 2013).
Il trattamento cognitivo- comportamentale prevede quindi di aiutare il paziente in una serie di passaggi volti a:
  • Condividere con il paziente il circolo del panico, aiutandolo a comprendere cosa sta succedendo
  • Prestare attenzione a ciò che si prova, sia rispetto alle proprie emozioni, sia in riferimento alle sensazione corporee
  • Identificare quali sono i pensieri relativi alle proprie emozioni
  • Mettere in discussione alcune idee irrazionali
  • Ridurre l’evitamento e favorire l’esposizione
  • Prevenire le ricadute
Tale intervento prevede anche una raccolta autobiografica del paziente, identificando quali aspetti della propria storia di vita possano in qualche modo spiegare e aiutare a definire il problema attuale.
Attraverso la messa in pratica di questi passaggi e la condivisione con il paziente degli stessi, sarò possibile ottenere una buona collaborazione paziente-terapeuta al fine di lavorare congiuntamente sugli stessi obiettivi terapeutici.
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